MONTONE - LE ORIGINI DEL NOME

Aggiornamento: gen 22

https://www.instagram.com/p/CJ5osjvKU-l/?utm_source=ig_web_copy_link

https://www.facebook.com/babi.adventures.holidays/posts/225923112460753


Un giorno come tanti mia sorella e io stavamo giocando in piazza. Quel giorno, però, giunse una macchina con una targa "di fuori", dei turisti che probabilmente si erano persi. Montone è un piccolo paesino, non c'è molta gente in giro, anche se in piazza c'è l'unico bar del paese.

I nuovi arrivati parcheggiano e si avvicinano a noi. Volevano sapere dove si trovassero e chiesero alle prime persone che incontrarono. Avevano un'espressione di piacevole sorpresa mentre si guardavano intorno. "Siete a Montone, una frazione di Mosciano Sant'Angelo, anche se noi montonesi ci consideriamo indipendenti!". Allora seguì la domanda: perché porta il nome di un animale?

In effetti pare abbastanza curioso il fatto. Diciamo che storicamente si collega il nome al noto Andrea Fortebraccio, detto Braccio da Montone (di Perugia), il quale avrebbe raggiunto le terre abruzzesi issandovi la sua bandiera.

In realtà, però, una leggenda narra di una vicenda in particolare, così risposi:

"Secoli addietro, Montone era una fortezza di controllo. La sua posizione strategica, infatti, permetteva di avvistare eventuali attacchi provenienti dal mare e da tutto il territorio circostante, fino a una distanza di circa 20km.

La fortezza all'epoca era abitata principalmente da soldati. Quando le guerre terminarono, però, non giunse la pace per gli abitanti della fortezza che, nel frattempo, avevano imparato a coltivare queste terre ricche di vigneti e uliveti, e ad occuparsi del bestiame presente sul territorio: le pecore e i montoni.

Il nobile di Mosciano Sant'Angelo (un borgo medievale distante circa 5 km da Montone) rivendicava l'appartenenza della fortezza alla sua casata per diritto; gli abitanti della fortezza, invece, rivendicavano l'indipendenza dalla casata moscianese che aveva sempre giovato della alleanza offerta, senza mai ricambiare il favore.

Questa controversia sfociò presto in numerose battaglie, per lo più scatenate dal popolo fedele di Mosciano contro il popolo della fortezza (che, per comodità chiameremo fortezzini), e alimentate dalla gelosia dei moscianesi che, nel tempo, avevano visto le donne lasciare il borgo di Mosciano per la fortezza in collina. Ma la tempra dei vecchi soldati non era appassita e riuscirono sempre a difendersi con grande valore, tanto che dopo l'ennesima battaglia vinta, ormai i fortezzini credevano di aver dimostrato la loro supremazia e di aver finalmente conquistato l'indipendenza.

Una notte d’estate, però, i fortezzini furono svegliati di soprassalto da un trambusto insolito che proveniva dalle stalle.

Le stalle si trovavano lungo tutta la parte bassa della cinta muraria della fortezza e avevano come unico accesso un grande portone di legno (visibile ancora oggi) a ridosso della piazza da cui si accedeva (tramite una salita) all'interno della fortezza.

Le greggi scalpitavano e belavano di terrore così i fortezzini, allertati da tanto baccano, corsero in piazza per dirigersi alle stalle ma, giunti all'ingresso, scoprirono subito il motivo di tanta agitazione: un corteo infinito di fiaccole silenziose e minacciose che giungeva dal versante moscianese. I fortezzini allora impugnarono forche e forconi e si lanciarono contro i moscianesi ancora una volta.

Ma il fuoco può fare maggiori danni in poco tempo e quella notte, per i fortezzini non sembrava esserci la fortuna ad assisterli. Le fiamme innescate dalle fiaccole dei moscianesi circondarono presto la fortezza, alimentando il terrore delle greggi ancora chiuse nelle stalle. I fortezzini si batterono con tutte le loro forze ma erano stati colti di sorpresa e anche loro stavano cominciando a cedere come le mura della fortezza quando improvvisamente, dal buoi della notte, apparvero dei cavalieri a cavallo. Era Braccio da Montone con la sua milizia che, conoscendo la diatriba tra i due popoli, voleva conquistare la fortezza e farla propria.

Quella notte poteva essere l'occasione perfetta: spalleggiare i fortezzini contro i moscianesi e infine prendersi il merito. Ma il nobile di Mosciano aveva riunito un esercito davvero numeroso, di contadini, ma pur sempre numeroso e furioso, e anche Fortebraccio stava subendo la foga moscianese a cui sembrava non esserci rimedio.

Dalle stalle ormai circondate dalle fiamme non smettevano di alzarsi belati di terrore e scalpitii. Ma finalmente i montoni riuscirono a sfondare il portone e si riversarono sulla piazza dove si era concentrata la battaglia. I montoni, però, anziché scappare, cominciarono a scagliarsi come proiettili contro i moscianesi, combattendo incredibilmente al fianco dei fortezzini già decimati. Questi, sorpresi dal comportamento di quelle bestie, tornarono a difendersi con vigore ritrovato.

Di colpo, però, Braccio da Montone è a terra, al centro della piazza, disarmato e con la spada puntata dritta al collo. Improvvisamente il silenzio e il gelo. In un attimo tutto si immobilizza. Era la fine, i fortezzini stavano per essere sconfitti.

Subito il silenzio viene interrotto: uno scalpitio di zoccoli, il montone più anziano che si lancia sul nobile moscianese e lo abbatte. I fortezzini sono salvi, il montone ha sconfitto la casata moscianese.


A quella battaglia seguirono 3 giorni di festeggiamenti e in onore del montone più anziano si decise di dedicare la fortezza all'animale che ne cambiò le sorti.

Per questo Montone si chiama così.


Pare che, in seguito, a Braccio da Montone venne offerta in sposa la figlia del fortezzino più anziano (a quel tempo dicono che nella fortezza il titolo nobiliare si otteneva per anzianità, il più anziano era quindi il nobile comandante): era l’omaggio per aver comunque contribuito alla vittoria. Ovviamente i fortezzini, o meglio i montonesi avrebbero così potuto beneficiare della protezione di Fortebraccio. Probabilmente fu questa la ragione per cui lo scudo di montone, che già portava i colori azzurro e bianco, venne arricchito con l'aggiunta dello stemma di Braccio da Montone.

Così narra la leggenda, ma si sa... in ogni leggenda c'è della verità!".


D'estate, a Montone, nella prima settimana di agosto si celebrava un festival di teatro di strada molto importante, per noi montonesi e per chi frequentava il festival e il teatro.

Il festival si chiudeva con un concerto di musica popolare che poi accompagnava il rituale della PUPA, che simboleggiava quello che una volta era un gran falò di paglia che si bruciava per avere un buon raccolto. Purtroppo negli ultimi anni la gestione del festival ha affrontato non pochi ostacoli. Ma tutti gli affezionati (e siamo molti) speriamo che un giorno possa tornare a splendere come prima.

Comunque, si potrebbe pensare a una remota coincidenza di date tra il festival dei nostri tempi e i festeggiamenti seguiti all'ultima battaglia vinta dai fortezzini, di qualche secolo prima.


Fonti: la leggenda fu inventata quel giorno da me e mia sorella. Alla domanda che ci fecero quegli ospiti così curiosi e interessati a questo piccolo angolo di paradiso, in cui si ritrovarono per caso, non riuscendo a rispondere con un banale "non lo so", inventammo questa storia sul momento. Al termine del racconto, dichiarammo l'autorità della leggenda per essere oneste. Gli ospiti gradirono molto, sia la sincerità che la storia "anche se è inventata, è molto bella" dissero, e ci ringraziarono per l'intrattenimento.

Nostro padre, appassionato di storia, era solito raccontare aneddoti del passato. Alcuni di quegli aneddoti ci tornarono utili per arricchire di dettagli la leggenda.